Sant’Antonio da Padova

La fede e la scienza sono le più potenti forze dello spirito, destinate a trascinare gli uomini all’azione.

Verso la metà del sec. XVII la carestia incombeva sul paese. Il Varesotto, regione dei nostri commerci e dei nostri traffici, non aveva più grano e la nostra terra esigua e povera non poteva procurare alimenti alla popolazione. Erano stati posti a coltura Pianporto, San Giorgio ed il Serpiano, Carabietta ed i Pradoni ma non bastava. E non bastavano le preghiere.

Vecchi e bambini denutriti morivano. Si ricorse all’ultimo sacrificio: dedicare a Sant’Antonio da Padova un tempio, che servisse a propiziarsi il Santo dei poveri, degli affamati, dei derelitti, il Santo che fu insigne apostolo della carità e della misericordia.

E sorse il tempio di Sant’Antonio da Padova, in segno di amore, di fede e di speranza, su progetto dei nostri artisti Paleari, Ruggia ed Isella, che in quel tempo emigravano a Parma ed in Toscana.

E’ il più bello architettonicamente dei monumenti di Morcote; assomiglia, con porticato che cinge l’ottagono e con la cupola che s’innalza sicura e ardita verso il cielo, al tempio dipinto da Raffaello nel famoso quadro del matrimonio della Vergine.

Quivi “l’arte e la natura si uniscono, in una rispondenza perfetta. Si fondono in un’armonia piena. La bellezza della natura riceve compimento dall’opera d’arte, e la bellezza dell’arte acquista più risalto dallo sfondo naturale. L’occhio contempla e ammira le due forme del bello, infinitamente vario eppur uno, nè saprebbe discernere dove finisca la prima, cominci la seconda”.

Nel 1676 l’oratorio era terminato. Mancavano i mezzi per la decorazione interna. La generosità di Bartolomeo Paleari, stuccatore e impresario a Torino, contribuì con i Sardi e gli Isella, al compimento dell’opera, mediante un vistoso legato, il quale venne poi messo in esecuzione, alla morte repentina del padre, dal figlio dottor fisico Ambrogio, chiamando il pittore Giovanni della stirpe dei Carloni di Rovio.

Scrive il prof. Pietro Gerosa, studioso dei Carloni:

“Il pregio maggiore dell’edificio, più che nella grazia arcitettonica e nella felice ubicazione, mi pare che sia nelle pitture a fresco che ne decorano l’interno, inosservate dai più. In alto, sopra il bianco delle pareti e degli stucchi, di qualche merito anch’essi, fra un cornicione e la cupola, l’affresco scorre tutto in giro, seguendo la pianta ottagonale dell’edificio, per tre metri di altezza e venticinque di lunghezza, distinto in otto quadri maggiori e minori alternati, nei quali su sfondi diversi, ma senza interruzione, si aggruppano e si susseguono poco meno di cento figure, in varie proporzioni, a seconda della prospettiva, buon numero in grandezza naturale e anche più.
L’artista ha voluto dare all’osservatore l’illusione di avere dinanzi, invece di una pittura su muro, un arazzo, sospeso per mezzo di cordoni alle punte architettoniche della volta, nei lati minori, e nei maggiori sostenuta da putti, mentre altri sbucano di sotto ai lembi inferiori del drappo, che qua e là si ripiegano mostrando il rovescio”.

Le scene dipinte sono ispirate alla predicazione del Vangelo. Appare Cristo, che ordina agli apostoli: “Ite et predicate”.

Seguono, a destra di chi guarda, Simone e Giuda in viaggio; Matteo che predica a popolani; un apostolo che battezza; il martirio di S. Pietro; Bartolomeo che battezza re Polinnio; Paolo che predica a un pubblico distinto ed il supplizio di S. Giovanni Battista.

Sotto quest’ultima scena, in un apposito cartello, spiccano le parole: Joannes Carlonus Pinx. Tutte le figure sono ben trattate tecnicamente e con colori vivaci.

Gli stucchi che decorano i muri in basso e in alto, restaurati nel 1938 dal nostro scultore Amleto Isella, furono eseguiti da un Restelli; e dal Sardi gli altri quattro posti negli angoli dell’ottagono, ed esprimenti l’adorazione, le lodi e i voti religiosi. I più belli, quelli del piccolo altare, ancora da completare nella parte pittorica, sono dello stuccatore Roncaioli di Brusino Arsizio, allievo del nostro Sardi a Torino.

La terrazza, rimasta incompiuta, venne costruita nel 1788 da Matteo del Friuli, a spese del munifico prevosto Ambrogio Fossati, forte tempra di sacerdote e, come s’è detto, finanziatore anche dell’abside della chiesa e della casa parrocchiale.

I fondi per l’erezione dell’oratorio, chiamato all’inizio battistero, vennero forniti dagli emigranti e dai pescatori. La mano d’opera tutta gratuita, dodici giornate per fuoco, fornita dagli artigiani del borgo, muratori, stuccatori, pittori, fabbri e falegnami. Le donne vi trasportarono con le gerle tutto il materiale, dalla riva del lago.

Vi lavoravano anche esperti scalpellini di Viggiù e di Bisuschio, diretti da un maestro Pioda.

L’inaugurazione dell’oratorio avvenne con una cerimonia imponente, alla presenza del Vescovo di Como, degli Arcipreti di Lugano, di Balerna e di Riva S. Vitale e di una trentina di Sacerdoti.

 

“Morcote arte e storia” di Mario e Sergio Caratti
SalvioniEdizioni – 2007



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